lunedì 20 febbraio 2012

Ad un amico

"Ad un amico"

L’amicizia è un sentimento
sfaccettato, colora e cancella,
divide ed unisce, a volte
si assottiglia, ma è la vita,
a volte è affilato
colpisce basso senza pietà,
ma è come l’amore quand’è
vero, ha alti e bassi,
si apre e si chiude come
gl’occhi abbagliati dal
sole, ma sempre là sta,
non finisce con la luna nuova,
né con la pioggia,
c’è ma a volte si nasconde,
possiamo essere noi
a mettere la mano in fronte,
oppure chi ci sta davanti,
l’importante è ricordare
di essere insieme, se non
con il corpo con la mente,
allontanarsi non è perdersi,
tradirsi è dimenticarsi,
cambiare è dovuto,
rinnegare è ingiusto.
Quello che infine conta
ha le dimensioni di
un niente, come qualcosa
di non detto, ma che si
sa di stringere in petto.

domenica 12 febbraio 2012

Non a passi di re

"Non a passi di re"

Il calore dell’inverno non
risiede nella sua presenza,
nonostante costringa
a stringersi un po’ più vicini,
non è la vicinanza
al dolce tepore del fuoco,
non è la lentezza che dona
ad ogni movenza,
è qualcosa di più caldo
è qualcosa di più eterno,
è il sentire ancora mille
primavere fiorire
sotto la coltre di neve.

mercoledì 1 febbraio 2012

La strega e la mela

“La strega e la mela”

Sin da bimbi ci si riempie la testa
con “e vissero felici e contenti”,
di false speranze e odiosi intenti,
ed è forse questa
la favola più triste e mesta
che l’umanità si racconta,
di viver sempre
come d’una grazie divina
concessa!
Ma la verità è ben più amara,
agrodolce e onesta,
la felicità dura un attimo
e questo basta,
c’è chi crepa d’avarizia!

mercoledì 25 gennaio 2012

L'amore è inutile, al di fuori di quel che serve

“Perché questo amore è così agrodolce? Veramente c’è chi si cura solo di essere amato e niente più? E davvero c’è chi ama solamente quando soffre?”
“In realtà io trovo ridicoli questo genere di discorsi. L’amore? Parlerò da uno che non si è mai innamorato ma a me sembrano solo stronzate, come si fa a credere davvero di poter trovare una persona che tenga davvero a te, che sia disposto a sostenerti non importa cosa, alla fine tutti pensano solo a sé stessi. O ancora come si fa a pensare che là fuori, da qualche parte, ci sia davvero qualcuno fatto su misura per te? Mettiamo che ci possa essere, se questa persona vivesse nell’altra parte del mondo come fareste mai ad incontrarvi? No, per me rimangono solo stronzate”
“Certo tu dici così proprio perché non ti sei mai innamorato, non hai mai voluto veramente bene a qualcuno”
“Ti sbagli, quando dico di non essermi mai innamorato intendo che non mi è mai capitato con nessuno con cui ho scopato, però sì ho amato qualcuno ma mai corrisposto, forse è per questo che non credo all’amore di cui parli, in tutti i rapporti c’è qualcuno che da di più, l’equilibrio non esiste, facciamo fatica ad averlo nelle relazioni più scontate figurarsi con qualcuno con cui dovresti condividere tutto te stesso, forza e debolezze”
“Da come parli sembra che tu non ti fidi di nessuno, allora è per questo che non puoi innamorarti, se non c’è fiducia non ci può essere amore”
“Su questo hai ragione, sono fermamente convinto che non ci si possa fidare di nessuno, noi siamo essere umani e c’è così tanta irrazionalità in noi che in fin dei conti ci qualifica tutti come matti latenti in attesa di esplodere, fidarsi ciecamente di qualcuno sarebbe un gesto che andrebbe ben oltre la nostra stessa follia”
“Ma non ti senti infelice a vivere in questo stato di cose? Non ti senti morto dentro?”
“Perché dovrei? Io nella mia vita ho qualcosa da amare alla follia, qualcosa che so non mi tradirà mai, io ho l’arte, le persone vanno e vengono, lei non se ne andrà mai finché io la vorrò”
“E allora gli artisti non possono amare nessuno?”
“Non lo so, non so neanche se possa definirmi un artista, però direi che nel mio caso specifico è così, il mio cuore non è fatto per l’amore a due, non saprebbe gestirlo e non ne saprebbe godere appieno, piuttosto che dare felicità renderei infelice chiunque mi sentissi di amare e allora a quale pro? Per amare qualcuno serve coraggio e io non ne ho”
“Allora sei un vigliacco, ecco cosa sei, tu hai solo paura che se solo ti lasciassi andare chi ti trovi di fronte non ci penserebbe su due secondi a lasciarti perdere”
“Sarò anche un vigliacco, ma almeno ne sono consapevole e cerco di non danneggiare nessuno, in fondo a me la solitudine non dispiace, la trovo così confortante, sai, certe volte quando siamo io e lei e come se sentissi che l’intero mondo sia in pace, come se tutto fosse esattamente dove dovrebbe essere”
“Ahahahahahahha”
“Perché ridi? Non mi sembra di aver detto nulla di divertente”
“Rido perché pensi davvero quello che mi hai detto, hai trovato una giustificazione ai tuoi timori e questo é addirittura peggio che la paura stessa, essere spaventati non è così irrazionale come pensi, io ti ho capito, tu non ti fidi di nessuno perché ti spaventa a morte l’idea che chi ti trovi di fronte possa non essere come tu lo hai idealizzato, sei terrorizzato al solo pensiero di rimanere deluso”
“Infatti non ho negato di essere un codardo”
“Ma davvero non capisci? La paura ti avverte di un pericolo, si presuppone che tu la affronti questa paura, che ti metta in salvo, non che continui a rifuggirla ogni volta che ti si presenta davanti. In questo modo ti autocondanni ad una vita di fughe”
“Si ho capito, ma a me sta bene così”
“Quindi mi vuoi dire che non senti mai il bisogno di essere amato o di amare?”
“No questo no, sono anch’io un essere umano, però quando mi capita subito mi rifugio in ciò che mi fa stare bene e allora tutto torna alla normalità”
“Sì, sei proprio una persona banale, non credevo sai, la tua aura di mistero, i segni della “dannazione” che porti con tanta nonchalance, tutte cazzate”
“Però lo faccio con stile no?” Disse strizzando l’occhio.
“Puoi star tranquillo, lo stile non ti manca, cerca solo di lavorare sui coglioni ok?”
E un bacio unì le loro labbra.

Ad ogni donna

“Ad ogni donna”

Mia dolce Porzia, vermiglie labbra
ornano il pallido tuo viso, ondate
rosse incorniciano il tuo lucore,
ne riflettono la luce i tuoi
smeraldini sguardi. Bianca pelle
di neve dicembrina, soffice manto
del tuo splendido essere,
muoverle carezze è saggiare
ambrosia in tempo di pace,
è morire d’autunno. Venere ed
Erinne, gioia e furia, cauta ed
audace, guidi il mio avanzare,
mi accechi nel mio vagabondare,
spegni in me ogni sciocco disprezzare,
animi il mio fuoco d’amore.
Averti non è possederti,
stringerti non è trattenerti.
Io, fedele prostrato alla tua saggia
icona, tu, devota piena di fede,
mia dolce Therese.

venerdì 20 gennaio 2012

Un viaggiatore poco prima di coricarsi

La morte leggera ti sfiora il cuore, vuole abbracciare il tuo vuoto, vuole riempirlo con l’unica cosa in grado di farlo, il silenzio, il nero, l’oblio, per non sentire più il peso di questo caos informe e spietato. Trascina dentro l’anima il nulla, lo crea, lo distrugge, rompe in un silenzioso pianto, nessuno può ascoltarlo, nessuno deve comprenderlo. Misera e triste vittima del proprio amore, corre, lontano, fugge dal nulla in cui si condanna alla sofferenza. Vuota risuona ogni esortazione alla felice leggerezza, inconcludente insoddisfazione. La forza di mille titani dentro, ma non può esplodere solo soffocare e divenire la debole luce che s’oscura all’ombra della resistenza, non concedere un solo centimetro, ma piuttosto prenderne e poi scegliere, catalogare, eliminare, distinguere ore e persone, come fossero libri da riporre in uno scaffale. La teca della vita va arricchendosi di misere certezze, accortezze necessarie per lasciare libera l’anima che pene e tregue non vuole conoscere, perduta sempre tra le rose di germinanti amori interrotti da eclissi spirituali. Morti felici danzano nel cuore del mostro che stringe al petto rami di spine e fiori bianchi, rosse le lacrime bagnano speranze deturpate dal sole che acceca ed impietoso vuole attenzione. Frenesia di attimi iconoclasti, rabbia pulsante nelle vene degl’ occhi di chi muto assiste al proprio declino e urla silenziosamente alle cose, alle rocce, alla vita il suo diniego e rifiuto di accettare tutto ciò che è imperfetto. Ancora urla e grida, ancora pianti e silenzi, tutto affogato e represso dentro un misero corpo fatto di verde e di terra, la cenere sparsa su di un pavimento abbandonato al proprio invecchiare, nessun minuto che passi senza scandire la propria dipartita. Bianco buio, nero lucido, i colori fuggono nella nebbia diradando ogni luce e lasciando pietra vestita di chiara solidità, greve ruvidezza, impatti improbabili ma inevitabili con il suolo. Il marmo abbraccia ma non sorregge, scorre fluido il freddo che lo attraversa, si ferma solo per lasciar posto al contatto che non sopporta d’esser concepito. Un delirio di una povera mente avvelenata dalla sua stessa essenza, le orbite cave nutritise dei propri bulbi hanno portato con sé anche l’anima del naufrago perenne, in continua ricerca di ciò che non può essere trovato, egocentrica vittima della propria crudeltà, sadiche speranze accoltellate in vicoli interiori, spessori di niente e voluttà di morte. Sigarette metafore di esistenze prive di fuoco, si consumano e consumano attimi ributtati come fumo dalle ciminiere, i fantasmi consapevoli cercano di inspirarne il più possibile, partecipi di masochisti omicidi. Nero, colore della rosa spirituale che alta nel cielo staglia il proprio riverbero tra arcobaleni fasulli e pentoloni pieni di desideri troppo audaci, carnefici di ogni speranza sepolta nel porto di ogni uomo. Il dolore, come stigma della propria pena, porta con sé i segni della brillantezza di un essere che si divora  nell’eterno ripetersi di cicli interminabili. Un serpente si annida nel petto aspettando il momento e la vittima congeniali al proprio morso. Il lupo ulula alla luna, graffiando l’oceano in cui si specchia ed inorridisce l’astro catturando il rimorso e il rancore nascosti nel lamento del povero cristo. Maria madre della pietà, concedine e togline a chi meno ne merita, regalane ed impietosa dispensane a chi di luce deve caricare le proprie aspirazioni in rivolta contro le proprie paure. Abbi pietà farfalla dagli occhi scuri come l’ebano, per ogni carezza troppo pretenziosa che ti viene fatta, abbi pietà di tenui amori, tiepidi e laconici segreti di amanti puri, purgane la malizia ed accoglili nel tuo tiepido ventre, benedicili con la tua grazia di indulgente signora, amali fino all’ultimo ardere di ogni tempo e nei secoli stringili nella tua pioggia dispensatrice di serene utopie. Ancora il vuoto non abbandona la propria tana e lentamente distrugge ed erode tutto, lo stringe soffocandolo, ama corrompendo ogni serena ingenuità, odia sempre più odiandosi, rinnovando il proprio spirito di distruzione che germina  tra rovi e rovine di lacrime troppo a lungo nascoste ad occhi di lupi e libellule. Far fronte alla mancanza di metafore oniriche purché di sonno se ne abbia da perdere. Richieste di libere essenze, assenze quotidiane nella steppa del petto che va percorrendo ogni giorno lo stesso tragitto, il fiume che scorre ed invita ad annullare ogni desiderio ed ogni speranza si augura di annegare per porre fine ai lamenti di uno stupido cieco che si rifiuta di guardare al di là del proprio buio. Una bambina gioca lanciando scintille nell’aria, ingenua, pura, lascia che la vita le si presenti abbigliata con misteri ed inganni a cui dovrà imparare a far fronte. Il bambino le augura di saper trovare qualcuno che la possa stringere quando la notte sembra più buia, quando il sole non scalderà. Crescono intanto rampicanti sui loro corpi e sempre più li stringono, sempre più affondandoli nel terreno, dove troveranno eterni compagni al loro sonno privo di brezza. Le nubi cariche di vento e brandelli di cielo, s’addensano tra fili tessuti in crisalidi di vetro, piombo e gerani. Dove sei ora che ho perso, dove sei ora che ho vinto il mio premio all’eterno azzardo del caso, dove sei ora che sto fuggendo? Attraverso campi sconfinati, piaghe di malinconie, pieghe di attimi felici.
I piedi calpestano, le mani recidono, intanto il grano brucia spandendo nell’aria odore di crisantemi legati tra loro da lacci color dello zaffiro, gocce di belladonna e sospiri di viole donano alla composizione l’eterno mistero dello scorrere. Insoddisfatti pensieri, vittime e boia dell’uno stesso, madre e padre, colmi e grondanti di noiosi tedi, purtroppo inevitabili, da sé medesimo prodotti, da sé medesimo inestinguibili. Folli riflessi di folle bieche e straziate, agghindano specchi messi ad incenerire ogni sicurezza, ogni parola che sa di dover soccombere alla luce della verità.  Importanza che non ha nome né cuore, giace distesa sopra un letto di piume, dimentica di tutto ciò che non la confà, ride, serena, dimentica di sé e dei propri timori. Liquori, distillati dalle noiose lamentele, vengono versati per far cessare l’eco di mondi ormai sepolti sotto coltri di indifferenza, coperti con veli trasparenti. Non c’è aiuto da chiedere ne promesse da ottenere, deve solo spegnersi il furore di ore sprecate nell’angosciante attesa di una reazione, quando alla morte riesci a strappare un bacio avvolto da un tenue candore ed il vuoto impallidisce, rachitico, sfondato da certezze invisibili. E l’amore scorre nuovo, libero, non curante del fetido sussurrare d’un marcio e putrido livore.

venerdì 13 gennaio 2012

Cezànne

Allo specchio
fisso rimane l’occhio,
l’adorno feretro
il petto,
fredda prigione,
dove il compianto
giace.